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Meno di 100 giorni al voto tedesco

Le elezioni federali tedesche suscitano comprensibilmente interesse in tutto il continente e anche oltre. Non potrebbe essere altrimenti, vista la centralità politica ed economica della Germania. A vivacizzare ulteriormente l'interessa per la prossima contesa elettorale di settembre si aggiunge l'addio di Angela Merkel, dopo 16 anni di cancellierato. La Repubblica di Berlino dovrà imparare a cavarsela da sola, senza l'aiuto della sua Mutti, la mamma, alla quale i tedeschi si sono comodamente affidati dal 2005. Per la prima volta nella storia tedesca del dopoguerra, il cancelliere in carica non sarà della partita. Questa è una delle ragioni che hanno spinto a parlare di una competizione aperta ad ogni esito. Forse, però, è una previsione azzardata.

Come tutte le transizioni 'pilotate', infatti, anche questo passaggio non avrà, almeno nell'immediato, effetti profondamente distorsivi del (classico) procedere della politica tedesca. Per almeno tre ordini di ragioni. Innanzitutto, l'esito elettorale non modificherà la circostanza in base alla quale il prossimo governo resterà "di coalizione" e dovrebbe ruotare, ancora una volta, attorno ai conservatori. Oltre al recupero di CDU e CSU nei sondaggi e al contestuale freno dei Verdi, che cominciano a scontare i limiti di proporsi come un'alternativa più evocata che concretamente progettata, la certezza è, al momento, la crisi delle forze progressiste: SPD e Linke insieme al momento non arrivano al 25% con la seconda che pare addirittura lottare per superare la fatidica soglia del 5%, sotto la quale non si entra al Bundestag. Al momento, quindi, il baricentro della futura coalizione sembra chiaramente pendere verso i conservatori o, quantomeno, la continuità con le formule degli ultimi 16 anni.

Quale che sia la coalizione che verrà fuori dalle elezioni, va ricordato il lavoro preparatorio promosso nei singoli Länder, nei quali sono stati realizzati governi di ogni colore e forma possibile. Il passaggio successivo (esportare nuove coalizioni anche al Bundestag) potrà essere un bene per la democrazia tedesca, afflitta da troppo tempo dal peso della Grande coalizione tra Union e SPD. A patto, però, che le forze progressiste non perdano troppo consenso e forza, facendo di un governo tra conservatori e Verdi, magari esteso anche ai liberali della FDP (Freie Demokratische Partei), una riedizione, perlomeno numerica, della GroKo (Große Koalition).

In secondo luogo, non va sottovalutato il vero elemento di continuità dei prossimi anni: vale a dire il grande vecchio della politica tedesca, Wolfgang Schäuble che ha già annunciato di ricandidarsi e di voler nuovamente presiedere il Bundestag. Schäuble, che ha costituito una commissione interpartitica proprio al Parlamento, per analizzare le questioni economiche e avviare proposte per la ripresa dopo la pandemia, si è già fatto sentire con interventi importanti, in patria e all'estero (un articolo sul FT e anche sul nostro Corriere).

Infine, la tradizionale prudenza della politica tedesca spingerà il prossimo cancelliere o la prossima cancelliera ad attendere quantomeno le elezioni francesi del prossimo anno per capire come e in che misura rilanciare lo storico ma invecchiato e divenuto problematico asse con Parigi. Perlomeno sul piano delle politiche internazionali ed europee, la prossima cancelleria federale dovrà necessariamente attendere, concentrandosi probabilmente sulle politiche interne.

Nel merito della contesa elettorale, sono ormai definiti candidati e candidate alla cancelleria, come pure i programmi elettorali. Armin Laschet è il candidato di CDU e CSU e sta recuperando lo svantaggio iniziale, determinato da scandali di tangenti e corruzione nei due partiti, dal disastroso inizio della campagna vaccinale e, soprattutto, dalla competizione con il bavarese Markus Söder della CSU, considerato, a lungo e da molti, un candidato con migliori possibilità di successo. Laschet per ora ha chiamato a collaborare il suo ex rivale nella CDU, Friedrich Merz, che sconfisse al congresso dello scorso gennaio. È stata una scelta saggia, perché Merz, molto più nazional-liberale in politica economica e con accenti che piacciono alla destra del partito, permette di puntare al centro senza scoprirsi troppo a destra e temere la concorrenza di Alternative für Deutschland (AfD). È probabile, però, che il conto possa consistere nella sua presenza nel prossimo governo, magari proprio come ministro delle Finanze.

È, invece, da tempo in crisi proprio AfD paralizzata da anni da veti incrociati e improbabili richieste di una maggiore radicalità (codificata nel programma che rilancia l'ipotesi di uscita dall'euro). È certo che dopo le elezioni, che vedranno certamente il partito rientrare al Bundestag, si assisterà all'ennesima resa dei conti, con una parte del partito che andrà via: nulla di nuovo, è successo anche nel 2017 subito dopo il voto, con la presidente Frauke Petry appena eletta al Bundestag che lasciava partito e gruppo parlamentare dopo la proclamazione dei risultati.

Il candidato dei socialdemocratici, l'attuale ministro delle Finanze Olaf Scholz, è risuscito a mantenere la sua posizione di politico affidabile ed esperto ed è anche passato indenne dalle elezioni regionali delle scorse settimane, prova che affossò nel 2017 Martin Schulz. Tuttavia, nei sondaggi è dato ben sotto il 20% e il suo slogan "È possibile un governo senza i conservatori" appare sempre più opaco. Alla SPD, un partito che, fatta eccezione per la legislatura 2009-13, è al governo dal 1998, potrebbe senz'altro servire stare fuori per qualche tempo da ministeri e ruoli di governo. Probabilmente Scholz sta solo cercando di ottenere un nuovo risultato per poi assicurarsi (o assicurarla alla sua corrente) la guida del partito per i prossimi anni (cosa che non gli riuscì allo scorso congresso quando, nella conta fra gli iscritti, fu battuto da Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans). La SPD per ora ha formulato un programma che su tanti aspetti è indubbiamente molto avanzato; se non basterà a vincere le elezioni, è probabile che sarà la base per la rifondazione del partito.

La vera novità è data dai Verdi, da tempo seconda forza politica che prova addirittura a incalzare il primato di CDU e CSU. Ottimo il gioco di squadra tra i due leader del partito, Annalena Baerbock e Robert Habeck, gioco che ha premiato la prima con la candidatura alla cancelleria. Da qualche tempo, però, la crescita del partito nei sondaggi si è interrotta: il loro programma appare ancora fumoso in politica estera e in quella interna gran parte dei Verdi, anche per l'attività di governo a livello locale, non ha più nulla della radicalità di un tempo, sebbene intercetti ancora il voto di giovani e, soprattutto, di elettori nelle città grandi e medie. La loro presenza nel prossimo governo federale potrebbe essere un bene - Merkel voleva varare una nuova coalizione con Verdi e liberali già nel 2017, ma il progetto si arenò per la contrarietà di questi ultimi - ma probabilmente non saranno loro a esprimere la nuova cancelliera.

Tra meno di 100 giorni si voterà. Nei mesi scorsi, durante il congresso della CDU per la scelta di Laschet come presidente del partito ha pesato tantissimo il fattore Trump, vale a dire il rischio di replicare in Germania una polarizzazione distruttiva della società. Laschet ha vinto evocando questo rischio e, al tempo stesso, esorcizzandolo. Ma sarà la politica interna sulla quale si deciderà la campagna elettorale: crescono le disuguaglianze e aumenta l'incertezza dei cittadini. Il problema casa, con l'aumento del prezzo degli affitti, è diventato considerevole e cambia le abitudini dei tedeschi su come gestire il risparmio. Una novità: il prossimo Parlamento potrebbe rappresentare ancora meglio la pluralità della società tedesca con l'ingresso di molti di tedeschi con una storia migrante. Un fatto positivo.

Immagine: La bandiera tedesca sventola sulla sede del Bundestag a Berlino, Germania. Crediti: niroworld / Shutterstock.com
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